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HIP HOP SIDE                                                                           torna  alla home page hip hop

DM & JEMINI - "GHETTO POP LIFE"

Prendere le tracce vocali di The Black Album di Jay-Z, quelle strumentali di “The White Album” dei Beatles, riarrangiarle, mixarle e far uscire un disco dal titolo “The Grey Album”: questo per dare l’idea della gravità del male che affligge il cervello di DM, nome completo Danger Mouse, di professione uno dei migliori produttori che abbia sentito all’opera negli ultimi tempi, un uomo che va in giro vestito con un costume da carnevale oversize da topo gigante (per la cronaca “The Grey Album” arriverà a breve sugli scaffali dei record store d’oltreoceano). Alquanto originale…
Degno compare di DM è
Jemini The Gifted One, un emcee che rappa con due voci diverse ed iscritto all’anagrafe sotto la dicitura “Lyrical Bomber”, dotato di un flow che è un’ottima commistione equilibrata tra melodia, tecnica, calore e consapevolezza socio-politica; una pantera del microfono ed un supa producer che decidono di fondare un gruppo dal nome emblematico DM & Jemini sembrerebbero i prerequisiti essenziali per auspicare di trovarsi davanti ad un lavoro che permetta di calarsi nel sempre più ristretto ed elitario mondo del piacere fisico-musicale e dell’orgasmo ritmico-melodico. E così è, fin dalla copertina; i due soci di cui sopra hanno prodotto e fatto uscire, nell’estate del 2003, un disco intitolato “Ghetto Pop Life”, riconoscibile al primo colpo d’occhio per un ottimo artwork sulla cover, sfondo nero lucido e figure dorate in rilievo che richiamano alle “attitudini” dei due protagonisti: e posso assicurarvi che lo sfarzo ed il lusso non sono che all’inizio, l’immagine di pomposo ma essenziale, di “canonico” ma “a parte” è anche sostanza in questo particolare prodotto, un concentrato di classe e stile. Hip Hop.

Andate ad inserire il cd e a premere play sulla prima traccia, Born-A-MC”, per capire da subito di cosa sto parlando: un uso totale quanto sapiente dei campioni, con un gusto nella scelta di quest’ultimi davvero sorprendente -che richiama ai tempi d’oro delle produzioni del ’95, con sapori che spaziano dal funk, al rock, al country, allo swing conditi con beat da spavento- ed un primo assaggio di ciò che troveremo per quanto riguarda le liriche: “Sono nato MC, sono nato per rimare […] ed esprimere me stesso”; le rime di Jemini, in questo disco, sono sempre come un suono che si amalgama perfettamente alle variegate atmosfere gestite da DM, che rappresentano sicuramente il cavallo di battaglia dell’opera. Il secondo pezzo, “Ghetto Pop Life Intro, è un bellissimo coro di chiesa (che scandisce, in maniera alquanto suggestiva, frasi del ritornello del pezzo successivo come “I give bitches good dick, so what u want”…) che prepara degnamente all’arrivo della prima canzone vera e propria, la title track “Ghetto Pop Life”, creando un entrata davvero spettacolare e ad effetto; questa traccia è pieno manifesto della completezza e superiorità stilistica di quanto ci stiamo apprestando ad ascoltare –una base in pieno stile Cocoa Brovaz che combina un loop davvero epico ad un beat dei più secchi, violenti e “spingenti” che possiate immaginare- il tutto completato da un flow davvero complementare a questo tipo di “violenza sonora” e da un coretto di sottofondo che ci sta assolutamente a pennello.

Si continua a parlare di campioni di prima scelta, di un beat ciccione -nonché scritto meglio della Divina Commedia- e di liriche tecniche e taglienti anche per la traccia 4, “Omega Supreme”, che presenta un ritornello di Jemini -cantato alla “maniera ignorante” del rap- assolutamente conforme a questo tipo di produzioni, oltre che un suo freestyle di chiusura niente male. Si passa per “What U Sittin’ On?” -col featuring degli Alkaholiks- sicuramente d’influenza più “west coast” e con un testo meno impegnato, a “The Only One”, una delle tracce meglio riuscite dell’intero album: in piena reminescenza Smifh’n’Wessun, questa produzione presenta un campione vocale femminile di derivazione Soul/R’n’B nel ritornello che –unito all’apertura delle trombe, alle chitarre, al geniale giro di basso e ad un beat assolutamente legnoso e vecchio stile- crea un tutt’uno che “suona da solo”, uno dei più bei pezzi che abbia sentito da un bel po’ di tempo a questa parte –anche senza considerare le acrobazie metriche di Jemini che, come sempre, si mantiene ad un livello elevato.

Interessante combinazione creano le atmosfere particolari e futuristiche della traccia 7 -“Take Care Of Business”, featuring J-Zone- con le metafore di Jemini, che paragona l’industria musicale ad un puzzle che, composto completamente, forma l’equilibrio giusto tra “underground” e “commerciabilità”, “rap battles” e “mainstream”, toccando con liriche consapevoli e produzioni oggettivamente ineccepibili il più ampio target possibile, per quanto nessuno –secondo lui- abbia finora raggiunto completamente questo risultato.

Passando per la violenza epica di “That Brooklyn Shit”, bellissimo pezzo da battaglia “storto” alla “Proper Propaganda” dei Dilated, per “Yoo-Hoo!” -un “pezzo d’amore” che potete tranquillamente confondere con la canzone più “hardcore” che abbiate sentito negli ultimi tempi- (batte da paura e Jemini rappa usando la sua seconda voce con uno stile tecnico e caldo da spavento) e per “Copy Cats”, featuring Prince Po degli Organized Konfusion –eccezionale ritornello ed una base assolutamente particolare che non può mancare di farvi scassare la testa ed il culo- si arriva alla traccia 11, “Don’t Do Drugs”: questo pezzo, esilarante resoconto della passione dei nostri eroi per “la buona erba senza semi” e via discorrendo, ha una base veramente strepitosa nella sua essenzialità, un campione swing in loop ed uno vocale nel ritornello che -unito agli scratch e ad un beat davvero “hip hop”- crea una produzione “ignorante”, efficace e stilosissima.

Non posso chiudere questa recensione senza parlare almeno di ancora due pezzi sui sedici totali, “Medieval”, col featuring di The Pharcyde e la traccia 13, “Bush Boys”; il primo è in grado di evocare alla mente le strade di New York anche a chi, estraneo al genere, non associ questo stile di produzioni alla east coast più nebbiosa per antonomasia: un campione di piano cupo ed ipnotico in loop, una voce lirica che gorgheggia sullo sfondo, un giro di basso che spinge tantissimo e soprattutto un beat secco, legnoso e ricco, letteralmente pieno di stacchi che ecciterebbero fisicamente qualunque emcee che sappia sfruttarli. “Bush Boys” è invece un pesante attacco al regime di Bush, una “satira” pungente, impegnata e consapevole, che invita ad “aprire gli occhi, lo spirito, l’anima e la mente per vedere che c’è qualcosa che non va”, lo stupore di un nero che non avrebbe mai pensato di “vedere il giorno in cui gli africani avrebbero detto di essere repubblicani”; la base è assolutamente originale, un suono indiano/terrorista ed un beat ossessivo accompagnano i “deliri sovversivi” del nostro, affiancato da cori come “Bush was ready for war”, “New World Order” e da spezzoni di discorsi del presidente.

Questo disco è uno dei migliori usciti nel 2003, assolutamente un capolavoro per quanto riguarda le produzioni e di alto livello per quanto concerne l’emceeing; completo dall’inizio alla fine, praticamente ineccepibile in ogni parte, da ascoltare a tutti i costi.


di Orco>>


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